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Istituto di Formazione in pedagogia clinica riconosciuto UNIPED (Unione Italiana Pedagogisti). Censita CNEL. Aderente CoLAP

Motricità e linguaggio nello sviluppo da 0 a 3 anni

di Chiara Alberio - pedagogista clinico


La motricita’ alla base del linguaggio
Quando si pensa alla mente, generalmente, ci si sofferma sulle percezioni e sulle “idee”, trascurando il movimento che ha un ruolo centrale nei processi di rappresentazione mentale a partire dalle fasi embrionali.
L’embrione, infatti, è anzitutto un organismo motorio: nella fase embrionale, in quella fetale e in quella della prima infanzia, l’azione precede la sensazione. Il movimento, di conseguenza in quest’ottica, non è il mezzo per soddisfare le necessità dei centri cerebrali superiori, ma, al contrario, è l’attività mentale ad essere il mezzo per eseguire le azioni (Oliverio 2001).
Da questo è possibile concludere che, come sostengono alcuni studiosi, “l’apprendimento infantile è inizialmente sincretico, nel senso che i bambini quanto più sono piccoli tanto più imparano per “immersione” e quasi nulla per pura riflessione o ragionamento” .
I movimenti non sono un puro meccanismo o un mezzo per ottenere qualcosa, ma esercitano un ruolo importante nella formazione della mente, condizionano l’apprendimento e sono alla base del linguaggio.
Nelle prime fasi dello sviluppo, infatti, il neonato ha un ruolo prevalentemente passivo e si limita a notare una serie di movimenti e azioni che determinano il suo benessere. Ogni mossa e spostamento della mamma o degli adulti che si prendono cura di lui hanno conseguenze positive sul neonato: le carezze soddisfano la necessità di contatto fisico, il cibo placa la fame, i gesti e le parole dell’adulto rispondono alla curiosità e alla necessità di esplorare il mondo.
Presto, tuttavia, il neonato, con i suoi movimenti sempre più precisi e selettivi, produce azioni che comportano modifiche nell’ambiente che lo circonda; le azioni motorie diventano sempre più coordinate e basate su un susseguirsi di atti che dipendono da memorie che codificano sequenze di movimenti in grado di rispondere a situazioni specifiche. Tali sequenze, del tutto simili a delle “parti” che sono recitate (“copioni” o script), si arricchiscono di complesse sequenze muscolari, volte ad imitare le espressioni facciali dell’adulto.
Proprio queste ultime e i movimenti degli arti sono il nucleo iniziale degli schemi motori: “memorie muscolari” (procedurali) intorno a cui si addensano le memorie successive e che costituiscono il punto di partenza dei successivi apprendimenti linguistici, fondati su sequenze motorie che servono per produrre una serie di suoni significativi.
Tutto il sistema nervoso centrale influisce sullo sviluppo del linguaggio, con molteplici funzioni che intervengono su di esso mediante un rapporto interattivo nel quale ogni struttura coinvolta assume una funzione palese oppure agisce a un livello più esplicito.
Il linguaggio, da un punto di vista strettamente neurologico, corrisponde a un “funzione sovraimposta” che fa intervenire diversi organi e meccanismi del sistema nervoso i quali a loro volta svolgono le loro funzioni mediante associazioni di tipo complesso che rendono biologicamente possibile questo risultato.
E’ facile osservare che il linguaggio articolato o espressivo e quello comprensivo, nonché quello recepito, utilizzando i sensi, si stabiliscono su organi che hanno ben altre funzioni. La gerarchia a cui sottostà questo fenomeno si evidenzia, però, partendo dai principali apparati coinvolti nell’azione, ognuno dei quali è di importanza fondamentale (bocca, faringe, laringe, orecchie, occhi…) (Chade, 2004).
L’acquisizione del linguaggio, quindi la capacità di comprendere e di esprimere per mezzo della parola non avviene solo attraverso la semplice ripetizione o per tentativi ed errori, ma viene acquisita al seguito di altre funzioni.
La cosiddetta “sincronia interattiva” nei neonati è il primo segno: bambini di poche settimane producono con il corpo una serie di micromovimenti in risposta al linguaggio umano.
In termini evolutivi, perciò, il linguaggio sarebbe il prodotto dell’affinamento e del potenziamento di una serie di attività cognitive già coinvolte nelle funzioni sensoriali, motorie, nella memoria e nella comunicazione.
In conclusione, sia nella psicologia evolutiva che in quella generale, siamo portati a scindere tra loro i vari aspetti delle funzioni mentali, ritenendo che questi ultimi sono dei moduli dotati di una loro autonomia; in realtà la mente ha una sua unitarietà e risente di una componente, quella motoria, che è la più antica dal punto di vista evolutivo e che dipende da sistemi (corteccia, gangli della base e cervelletto) che assommano in loro componenti motorie, motivazionali e cognitive.
In generale, dato che il linguaggio è una capacità straordinariamente complessa, il fatto che il bambino impari a parlare in un tempo relativamente breve (entro i primi tre anni di vita) rappresenta per gli studiosi e per molti una fonte di grande interesse e genera molte contrapposizioni teoriche rispetto in particolare alla nascita dello stesso.

La conquista delle abilità motorie
Il neonato dipende nei suoi movimenti dagli adulti che si prendono cura di lui, in quanto, i movimenti degli arti sono regolati dai riflessi e insufficienti ai fini di una sopravvivenza autonoma.
Per raggiungere lo stesso livello di abilità motoria dell’adulto devono trascorrere molti anni, durante i quali il piccolo che cresce controlla e coordina i muscoli del corpo.
L’uomo, infatti, percorre una serie di tappe nello sviluppo la cui successione temporale può essere in alcuni casi ritardata, in altri accelerata, ma mai invertita.
Tuttavia, è importante sottolineare che ciascun bambino ha il proprio ritmo di sviluppo e impara le diverse abilità scegliendo i tempi e i modi che meglio gli si adattano (Cioni, 1991). I bambini, infatti, possono saltare determinate tappe motorie, non mettendo più in atto alcune competenze per un dato periodo e riscoprendole in periodi successivi.
In generale, però, riuscire a controllare il proprio corpo è molto importante per il bambino, in quanto gradualmente, nel suo percorso evolutivo, raggiunge uno stato di sicurezza e di fiducia tali da renderlo sempre più sereno, a vantaggio del suo sviluppo globale (psichico, cognitivo, sociale, emotivo).

La concezione dello sviluppo posturale neonatale ha fornito una serie di strumenti che danno un quadro ancora valido delle principali tappe dello sviluppo:
*il neonato presenta un’iniziale ipertonia dei muscoli flessori degli arti, mentre il tono dell’asse corporeo è quasi inesistente;
*nei primi tre mesi di vita il neonato conquista il sostentamento della testa: a un mese, quando è coricato sul ventre, il bambino solleva il mento; a due riesce a sollevare testa e spalle; a tre mesi si appoggia sugli avambracci;
*dal terzo al nono mese di vita il bambino conquista la posizione seduta: A quattro mesi il bambino riesce a stare seduto con un piccolo sostentamento, anche se l’ ipotonia del tronco lo fa ancora ripiegare su se stesso; a sei mesi la schiena è ormai dritta, anche se il tronco è ancora inclinato in avanti; a sette mesi il bambino riesce a mantenere per qualche momento la posizione seduta autonomamente, conquista che avverrà definitivamente intorno al nono mese;
*tra il nono e il dodicesimo mese il bambino inizia a conquistare la posizione eretta, inizialmente appoggiandosi a qualcosa di stabile e successivamente in maniera autonoma (Camaioni, 1996).
Lo sviluppo della locomozione procede parallelo allo sviluppo posturale, pur iniziando più tardi. Accanto ai fattori legati alla maturazione fisica e fisiologica, infatti, devono essere considerati anche fattori di tipo cognitivo, come la capacità d’integrare movimenti e obiettivi e quella di controllare azioni in successione (Zelazo, 1998).
Le tappe dello sviluppo locomotorio possono essere così sintetizzate:
*a sei mesi di vita, coricato sul ventre, il bambino striscia in avanti aiutandosi soprattutto con le braccia;
*intorno ai dieci mesi riesce a coordinare i movimenti di braccia e gambe e a procedere a carponi. Contemporaneamente, il bambino è alla ricerca della posizione eretta ed inizia a compiere qualche passo;
*circa a 12 mesi il bambino cammina accompagnato da un adulto che lo tiene per mano;
*verso i quattordici mesi cammina da solo .
In generale, la conquista della deambulazione è fondamentale nello sviluppo del bambino, in quanto permette di ampliare l’ambiente esplorativo che facilita il costruirsi della nozione del proprio corpo come indipendente dallo spazio, contribuendo alla individuazione e alla rappresentazione di sé e spingendo verso la conquista dell’autonomia (Camaioni, 1996).

La stimolazione precoce
La stimolazione precoce ha per obiettivo quello di sostenere e affiancare il bambino in tutti gli aspetti strutturali dello sviluppo; infatti, il comportamento infantile non si sviluppa solo in funzione di rafforzamenti occasionali, ma anche grazie alla spinta esercitata da forze costanti di processi cognitivi significativi carichi delle corrispondenti valenze affettive. Lo stimolo acquista senso soltanto in funzione della catena di significati della quale sarà parte, ma dal punto di vista strumentale l’intervento stimolatorio non può prescindere dalla totalità dell’individuo.
Fornire stimoli che agevolano e sostengono il progresso evolutivo del bambino non significa sottoporlo ad un bombardamento di sollecitazioni, ma attuare un programma mirato e calibrato sulla persona.
La stimolazione deve essere destinata a dare impulso a funzioni già esistenti nell’area di sviluppo potenziale del soggetto, suscettibili di essere attivate mediante stimoli appropriati.
In particolare, la stimolazione precoce, rivolta ai bambini da 0 a 3 anni, si concentra nell’area sensoriale, utilizzando stimoli visivi, uditivi e tattili, favorendo nuovi contatti con gli oggetti e diventando stimoli per nuove azioni.

Lo sviluppo del linguaggio
Il linguaggio può essere considerato come un sistema simbolico di comunicazione (D’Amico, Devescovi, 2003) che per gli esseri umani è la facoltà di utilizzare una lingua (De Mauro, 2003), ossia quel sistema di simboli vocali arbitrari attraverso cui un gruppo sociale coopera (Bloch, Trager, 1942).
Lo studio scientifico dello sviluppo del linguaggio, affermatosi nei primi anni ’50 con la nascita della prelinguistica, ha portato fin dall’inizio a un intenso dibattito teorico nel mondo accademico relativamente ad alcune questioni fondamentali.
Per molti studiosi (Chomsky 1970), infatti, la base dello sviluppo del linguaggio è innata fin dalla nascita; per altri (Skinner 1976) è un processo di acquisizione graduale ed esteso nel tempo.
Alcuni autori (Traverthen, 1977) sostengono che il bambino nasce già dotato dell’intenzione comunicativa con gli altri, mentre altri (Bates et altri, 1979) propongono che la comunicazione intenzionale emerge intorno ai nove mesi conseguentemente alla capacità del bambino di comprendere la distinzione mezzi-scopi.
Piaget e i piagetiani (Sinclair, 1971) adottano una concezione di “dominio-generale” (Camaioni, 2001) ritenendo che il linguaggio non abbia uno sviluppo autonomo, ma rientra nell’organizzazione generale dell’intelligenza.
Pinker e Chomsky (Pinker, 1989) sostengono una concezione di “dominio-specifica” (Camaioni, 2001), convinti del fatto che l’acquisizione del linguaggio sia relativamente indipendente da altri moduli presenti nel sistema cognitivo.
In generale, non si può dire che tra le varie impostazioni teoriche sia stato raggiunto un accordo unanime su una posizione piuttosto che su un’altra, in quanto, ancora oggi coesistono e proseguono costantemente nella ricerca di nuove ipotesi.
Tuttavia, una visione ecologico-eclettica nell’affrontare la questione della nascita e dello sviluppo del linguaggio, rimanda ad un approccio globale che tiene in considerazione lo sviluppo intellettivo, affettivo e delle influenze ambientali.

Dal prelinguaggio al linguaggio: il desiderio di comunicare
Nello specifico, alcuni autori (Bates, O’Connell e Shore, 1987) aderenti alla prospettiva interazionista, sostengono che lo sviluppo del linguaggio dipende in modo cruciale da altri domini come la percezione, la cognizione e le abilità sociali dell’individuo. Secondo gli stessi è assai probabile che il linguaggio si evolva da abilità preesistenti e che la capacità di acquisire lo stesso sia strettamente collegata a capacità cognitive e sociali più generali.
Fin dalla nascita, il bambino è predisposto a comunicare, rispondendo in maniera selettiva agli stimoli sociali.
I neonati sono particolarmente sensibili ai volti delle persone e ai loro occhi; prediligono la voce femminile e il ritmo sonoro della lingua della madre, con cui cercano di interagire attraverso alcune espressioni facciali (protrusione della lingua e delle labbra, apertura della bocca) e con una serie di comportamenti come il pianto, il sorriso, le smorfie ecc.
E’ una comunicazione preintenzionale, in cui il bambino appare come interlocutore dell’adulto, pur non avendo ancora né un ruolo simmetrico e complementare rispetto a quest’ultimo, né intenzionalità comunicativa.
Nelle prime settimane di vita produce suoni di natura vegetativa (ruttini, sbadigli, ecc.) e legati al pianto che gradualmente si dissociano dal contesto originario e cominciano ad essere prodotti in uno stato di calma e benessere.
Il neonato ripete con entusiasmo i nuovi suoni (strilli, gorgoglii, ecc) che ha scoperto per caso, fino a quando, tra i due e i tre mesi, compaiono le prime imitazioni vocali che coinvolgono anche il genitore.
Intorno al sesto mese, alcuni dei precedenti suoni consonantici possono essere controllati volontariamente dal bambino, che si impegna in una forma caratteristica del linguaggio infantile, le cosiddette lallazioni.
Esse sono sequenze di sillabe ripetute, costituite dall’unione di vocali e consonanti (da-da-da o ma-ma-ma) che assomigliano alla lingua madre più delle vocalizzazioni del periodo precedente.
Gradualmente, con l’esercizio, il bambino amplia il suo repertorio e incomincia ad imitare i toni e le inflessioni, facendo eco alle frasi che l’adulto pronuncia (ecolalia).
E’ un gergo espressivo che include una varietà di sillabe, con un numero minore di ripetizioni rispetto alla lallazione, e assomiglia alla configurazione intonazionale del linguaggio dell’adulto.
Siamo intorno ai 9 mesi e il bambino impara a controllare la propria attività fonoarticolatoria attraverso il feedback acustico e l’imitazione dei modelli intonazionali dell’adulto.
Molti genitori notano con piacere la comparsa della lallazione e dell’ecolalia, interpretando come parole vere e proprie le sequenze prodotte dal bambino, ma non è così.
Tuttavia, il bambino inizia a sintonizzarsi sul repertorio fonetico della propria lingua madre, perdendo la capacità di discriminare le variazioni fonetiche che non ne fanno parte.
In generale, intorno alla metà del primo anno di vita, si assiste alla comparsa di ciò che Bruner chiama “routine di azione condivisa”: il bambino inizia a guardare alternativamente l’adulto e un oggetto/evento esterno che in quel momento attrae la sua attenzione.
L’interazione vis a vis tra madre e bambino si struttura e diventa sempre più complessa, fino a diventare un’attività coordinata e condivisa caratterizzata da ruoli e azioni convenzionali.
Il bambino comincia a seguire lo sguardo e il gesto di indicare dell’adulto, inizialmente, solo quando la mano del genitore e l’oggetto sono nello stesso campo visivo; successivamente (12 mesi) diventa capace di localizzare uno dei due oggetti identici usando la linea di sguardo del genitore (Butterworth e Jarrett, 1991).
A questa età il bambino guarda la madre, quando si trova in presenza di oggetti o persone sconosciute per capire da lei come comportarsi e agire di conseguenza a quanto gli viene suggerito dalla reazione emotiva esibita dalla stessa.
Tra i 10 e i 12 mesi il bambino comincia a utilizzare gesti come indicare, mostrare, offrire e dare per dirigere attivamente l’attenzione e il comportamento dell’adulto verso un evento esterno.
Sono gesti deittici che esprimono un’intenzione comunicativa e implicano un contatto visivo con l’interlocutore, ma sono totalmente legati al contesto (Camaioni, 2001).
Successivamente, a partire dai 12 mesi si verifica un altro importante progresso con la comparsa dei gesti referenziali o rappresentativi. Essi non esprimono solo un’intenzione comunicativa, ma il loro significato non varia con il variare del contesto (Caselli, 1983).
Sono gesti usati in diverse situazioni per riferirsi a oggetti, eventi e situazioni (agitare le mani per rappresentare un uccello, aprire e chiudere la mano per “ciao”, scuotere la testa per “no”, ecc).
Secondo alcuni autori (Petitto, 1988), attivano uno scambio sociale e verbale tra l’adulto e il bambino, in quanto, quando quest’ultimo indica, l’adulto risponde con un commento o con il nome dell’oggetto, facendo sì che il bambino ha maggiori possibilità per creare un’associazione tra oggetti e parole.
Infatti, è in questo periodo che compaiono le prime parole, le quali, gradualmente, prendono il posto dei gesti quando il bambino deve nominare qualcosa.
Le prime parole vengono utilizzate in contesti specifici o in routine di gioco, risultando estremamente contestualizzate.
Si riferiscono, in genere, agli animali, agli oggetti che il bambino è in grado di manipolare quotidianamente, ai cibi e alle parole funzionali che servono a regolare le interazioni sociali (finito, ancora, via, ciao, no…).
Tra i 12 e i 16 mesi circa, il linguaggio verbale inizia a consolidarsi, raggiungendo in media le 50 parole prodotte.
Si struttura la frase che è di tipo olofrastico o monotematico, e contiene la combinazione di due elementi: uno è espressamente verbale, l’altro è ricavato dalla situazione (“dà”, nell’attività di scambio di oggetti con la madre, indica una frase dichiarativa del tipo: “Gianni dà il cucchio alla mamma”).
La fase successiva (tra i 17 e i 24 mesi), invece, si caratterizza per un’”esplosione del vocabolario” (Goldfield e Reznick, 1990), che arriva ad una media di 300 parole prodotte al termine del periodo.
Tuttavia, ciascun bambino passa da una fase alla successiva quando è in grado di attribuire alle parole uno status propriamente simbolico, ed è capace di capire che tutte le cose hanno un nome, ma anche che c’è un nome per qualsiasi cosa.
Solo quando ha la capacità di attribuire piena autonomia simbolica alle parole, il bambino apprende nuovi vocaboli con facilità e usa in modo flessibile le parole che già conosce in diversi contesti.
Intorno ai tre anni, poi, si assiste ad una rapida estensione del vocabolario e a un’organizzazione dell’apprendimento del linguaggio secondo un sistema vincolato cognitivamente a livello innato.
Concludendo, si può affermare che ciascun bambino, pur condividendo le medesime tappe evolutive con gli altri bambini, impara a parlare con strategie differenti ed un ritmo di acquisizione totalmente personale.

Il supporto dell’adulto nella conquista del linguaggio
Per spiegare come il bambino passa da una forma di comunicazione prelinguistica a una comunicazione linguistica non bastano il preadattamento sociale e i prerequisiti cognitivi, ma è necessario considerare anche il ruolo dell’adulto e delle situazioni sociali e comunicative che egli costruisce con il bambino.
Fin dai primi sorrisi e dai primi pianti, la madre e gli adulti che si prendono cura di lui sono in grado di interpretare il suo comportamento, di trattarlo come un soggetto attivo nell’interazione e di adeguare la propria attività all’interesse che egli manifesta in un certo momento, condividendo con lui l’attenzione.
In generale, ben prima che si manifesti nel bambino l’intenzionalità comunicativa, l’adulto reagisce ai suoi segnali come se fossero intenzionali. Le risposte dell’adulto hanno la funzione di costruire delle situazioni che il bambino può riconoscere come familiari e di riempire di significati condivisi gli scambi interattivi (Di Blasio, 1995).
In particolare, numerose ricerche negli anni ’70 hanno dimostrato che l’adulto privilegia la modalità verbale negli scambi con il bambino fin dai primi mesi.
Tuttavia, il linguaggio utilizzato in queste situazioni è molto diverso da quello comunemente utilizzato in una comunicazione tra adulti, tanto che la letteratura anglosassone l’ha definito “baby talk” (BT). Esso è una semplificazione della lingua materna (l’uso di vezzeggiativi, diminutivi, onomatopee…), caratterizzato da frasi brevi, numerose ripetizioni e da un tono esageratamente alto; implica una modalità di produzione più lenta e fluente in cui le parole vengono ripetute e pronunciate più chiaramente e le pause del discorso sono più lunghe.
Secondo Garnica (1977) e Fernald (1989) questo tipo di linguaggio assolve a due funzioni specifiche: una analitica, che aiuta il bambino nel compito di elaborare il materiale linguistico ascoltato; e una socio-affettiva, che consente al bambino di sperimentare uno scambio di comunicazione efficace, avendo come risultato immediato quello di attirare e mantenere l’attenzione.
Anche il linguaggio non verbale che accompagna il “baby talk” appare molto differente rispetto q quello utilizzato in una conversazione tra adulti. L’adulto, infatti, produce prevalentemente gesti deittici (mostrare, indicare, richiedere) e gesti rappresentazionali (fare “no” con la testa, “ciao” con la manina), più legati al contesto e facilmente comprensibili.
In conclusione, come sottolinea Bruner , il bambino impara ad usare il linguaggio anche grazie al ripetersi di situazioni familiari e stereotipate,
all’interno delle quali l’adulto fornisce un sostegno alla strutturazione delle parole e poi delle frasi.
Il bambino impara così a fare con le parole ciò che prima era già capace di fare senza.

BIBLIOGRAFIA
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